E’ possiibile discutere di diritti delle donne, di diritti umani, senza discutere di laicita’ e di uguaglianza sociale, oltre che di genere? E’ possibile affrontare i nodi determinanti le relazioni tra esseri umani, noi donne e uomini di colore diverso, nelle societa’ globali nelle quali ci muoviamo, senza chiederci che rapporto corre tra universalismo dei valori e relativismo culturale? E ancora: e’ possibile fare a meno delle categorie della filosofia, delle scienze della politica e dell’economia, della storia, delle nuove conoscenze offerte dalla societa’ dell’informazione, insomma di un’approccio interdisciplinare alla voce “rispetto”?
A questi temi, e’ stata dedicata la prima edizione dell’Universita’ Ossigeno, promossa a Riccione ( 23,24 e 25 novembre) dall’omonima associazione, presieduta da Katia Bellillo, come contributo all’Anno europeo delle pari opportunita’ per tutti. Un’iniziativa originale, per tante ragioni. Intanto, destinare esplicitamente un corso full immersion (tre giorni) al dibattito sui temi della laicita’, dell’uguaglianza e della pluralita’ non e’ cosa che avvenga tutti i giorni, nel nostro Paese. Ci vuole coraggio. Ma, andiamo per gradi. Intanto, il metodo e i destinatari.
Il metodo, scelto e praticato, e’ stato quello del confronto diretto tra relatori e pubblico, vale a dire “tutto il tempo a tutti”, qualcosa in piu’ del dibattito, come avviene nei master universitari dove l’obiettivo e’ mettere in campo energie di pensiero libero, in modo che ciascuno e ciascuna possa “esprimere ed esprimersi”. I destinatari: giovani e meno giovani, studenti, esperti, politici, intellettuali, italiani e stranieri insieme. In una
ipotetica graduatoria di meriti, questa formula che ha messo uno accanto all’altro le “diversita’ e le “complessita”” , in un sorta di campus aperto e trasversale per eta’, sesso, professioni…, questa formula starebbe probabilmente al primo posto. Valga per tutte le descrizioni, l’affresco della sala al momento dell’inaugurazione dell’iniziativa, organizzata e gestita con grande sapienza da Silvana Bisogni, segretaria generale dell’associazione Ossigeno. Un folto gruppo di studenti e studentesse universitari, giurisprudenza e scienze della comunicazione in primo piano, rappresentanti di associazioni, di enti locali, di professioni legate trasversalmente ai contesti analizzati, scuola, giustizia, informazione, mondo della politica, organismi di parita’, esponenti della societa’ civile mediterranea.
E se e’ vero, come nelle tavole rotonde coordinate da Nella Condorelli, Silvana Bisogni e Piera Levi Montalcini, hanno mostrato i numerosi interventi – dallo storico Nicola Tranfaglia che ha tenuto una vera e propria “lectio” sulla storia della Costituzione italiana e dei suoi fondamenti, con l’analisi del processo evolutivo di conformita’ di alcune leggi ordinarie ai principi costituzionali in rapporto alle disciminazioni, a Federica Pezzoli, avvocata e responsabile Laicita’ dell’Arcigay Roma che ha focalizzato l’analisi sul principio della laicita’ come governo della cosa pubblica separato dalle ingerenze del potere ecclesiastico e religioso, sola garanzia di lotta alle discriminazioni per arrivare all’uguaglianza garantita dai principi costituzionali (in questo senso, la discriminazione omosessuale e trasgender, che e’ negazione nei diritti della cittadinanza piena, diventa paradigmatica di tutte le discriminazioni indirettamente verificate dal senso religioso), al filosofo Antonio De Filippo con la sua “cavalcata” nella maieutica per la definizione di “rispetto” dell’altro -, se e’ vero dunque che nella storia dell’umanita’ la conquista della laicita’ corrisponde all’affermazione delle liberta’, che trova il suo limite nel rispetto per l’altro, e’ vero anche che tutto questo sara’ effettivamente patrimonio di diritti “di tutti e tutte” solo se si aggredisce la
rigida divisione dei ruoli nella famiglia, e nella relazione tra i generi.
Da una nuova pluralita’ al rispetto, recita infatti il sottotitolo di Ossigeno. E qui, veniamo alla terza ragione importante di questa insolita Universita’: aver ospitato e dato parola alla questione dell’uguaglianza nell’islam attraverso la voce diretta di giuriste e intellettuali provenienti da Paesi diversi, favorendo cosi’ lo scambio tra loro, oltre che con il pubblico italiano. Era ora. Tranne che i soliti volti noti, o le “esotiche” velate da metri e metri di panno nero che costituiscono il modello di “donna islamica” veicolato di norma dai nostri media, non capita facilmente di poter ascoltare le donne dei Paesi musulmani parlare liberamente delle loro contraddizioni, delle loro aspirazioni, dei loro desideri; parlare di diritti e di uguaglianza attraverso la lente del rapporto tra evoluzione della societa’ civile, emancipazione economica, potere politico. Percorso nel quale si specchia, come una cartina di tornasole, lo stesso processo di emacipazione e liberazione femminile, nei nodi e nei modi differenti con cui si declina e si stringe la corda tesa tra religione e stato, tra democrazia e progresso, tra leggi e cultura, nei processi storici del Novecento, dalla fine dei grandi imperi assoluti alla nascita degli stati nazionali, ai perche’ del fallimento della speranze egualitarie, sino all’accoglienza di forme di oscuro conservatorismo come succedanee della democrazia.
Cosi’, partendo dall’esperienza di Anissa Smati, nota giurista di Algeri, negli anni passati tra le protagoniste della campagna di raccolta firme per la modifica del Codice di Statuto personale delle algerine, – una battaglia portata avanti da decine di associazioni femministe, stroncate negli anni del terrorismo jiadista (chi ricorda il sacrifico delle algerine, torturate e uccise a migliaia negli anni Novanta, mentre l’Occidente taceva?), ed oggi ridotte dalla legge dello stato al rango di “eterne minori” bisognose di un padre, di un fratello, di un
tutore che risponda al posto loro in tutto e per tutto, – “una legge voluta dai partiti religiosi e accordata dal presidente Bouteflika, che per mantenersi il loro appoggio al governo ha sacrificato la liberta’ femminile”, ha spiegato Anissa -, e’ stato piu’ facile compendere la storia di Sibeh Habchi, presidente dell’associazione francese “Ni putes ni soumises” con la quale Ossigeno ha stretto un partenariato attivo, fimando un protocollo d’intesa, ed entrando a far parte di un’importante rete transnazionale, che raggruppa associazioni femminili dell’Ovest e dell’Est, passando per l’Europa e i Paesi mediterranei e africani.
Fondata dalle ragazze dei quartieri-ghetto di Parigi nei mesi della rivolta delle banlieux, “Ni putes ni soumises” e’ un punto di riferimento importante nella societa’ francese di oggi. E non solo perche’ la sua ispiratrice e’ stata nominata sottosegretaria di governo dal presidente Sarkosy (incarico accettato, nonostante la storica militanza a sinistra, proprio in nome delle rivendicazioni dei figli dei pieds-noirs, come vengono chiamati i francesi d’Algeria), ma perche’ l’associazione e’ riuscita nel corso di questi anni a ritagliare uno spazio importante di specificita’ politica alle rivendicazioni delle figlie dei pied-noirs. Doppiamente discriminate. Doppiamente schizofrenizzate nel rapporto con le madri vere, perse dietro ai loro modelli di sottomissione antica, e la/le madri virtuali, tutte racchiuse nella “Marianna”, orgogliosa di democrazia ma arrogante di francesita’.
Nata nell’Algeria non piu’ provincia “d’oltremare”, cresciuta nei quartieri-ghetto della banlieu parigina oltre Porte de Gligliancourt, dove le stagioni sono un solo giorno, con quella nebbiolina spessa come goccie d’acqua brillante che grava da mattina a sera sui marcipiedi e sui parchi, Sibeh ha analizzato i moti giovanili di Parigi per quello che veramente sono stati. Non una rivolta di immigrati contro l’intolleranza, ma una rivolta di ragazzi francesi per l’uguaglianza, contro la discriminazione e l’inferiorita’ sociale. Una rivolta
nel ghetto, e contro il ghetto, una rabbia alimentata dall’incapacita’, seppur inconsapevole, di rompere le sbarre, “bruciavano le loro stesse auto, non quelle ricche, sui boulevards degli Champs Elisee”, ha spiegato.
Da Sibeh a Sharzad Sholeh, iraniana, protagonista della rivoluzione che alla fine degli anni settanta caccio’ lo Shah Reza Palhevi, e poi perseguitata dal regime komeinista tanto da dover fuggire la propria terra, esule in occidente. Il suo racconto, fatto di un’interminabile enumerazione di leggi e decreti e fatwe contro la liberta’, quella femminile innanzitutto, ma anche quella della societa’ iraniana in generale, sottomessa al Velayat-al faqi, il pensiero unico religioso komeinista contro il quale proprio perche d’emanazione “divina” non c’e’ margine alcuno di discussione, ha rappresentato emblematicamente il percorso delle societa’ islamiche di oggi, dove l’integralismo religioso ( con il suo corollario di leggi repressive) e’ prima mezzo per arrivare al potere e dopo strumento per mantenerlo.
Importanti le testimonianze, e approfondite le osservazioni elaborate dai piu’ giovani, cui hanno fatto eco le esperienze e le denunce degli over 40, con impennate di accesso dibattito su recenti fatti di cronaca. Come la sentenza della corte di Cassazione che ha decretato la legittimita’ dell’assoluzione in Corte d’Appello dei familiari della ragazza musulmana “ribelle” chiusa in casa, commentata dall’avvocato cassazionista Elias Vacca, oppure la decisione della regione Piemonte di aprire l’ospedale pubblico alla pratica della circoncisione musulmana (religiosa, e non terapeutica) descritta da Piera Levi Montalcini, consigliere comunale a Torino, sino alle esperienze di “altermondialismo delle donne” raccontate da Ada Donno, presidente dell’associazione Donne nella Regione Mediterranea, o le iniziative a favore del superamento delle discriminazioni messe in campo dalle consigliere di parita’ Isa Ferraguti (Modena) e Leonina Grosso (Provincia di Rimini).
Infine, ultimo ma non ultimo…, il rapporto tra
informazione e messaggi discriminatori, nella formazione del sentimento comune. Aldila’ dell’accusa ai media di provocare nell’opinione pubblica, attraverso rappresentazioni stereotipate, reazioni di pregiudizio nei confronti “dell’altro diverso da se”, – nel caso dei diversamente abili, come e’ stato sottolineato, “l’atteggiamento pietistico o indifferente che trapela in alcune fiction e’ comunque discriminatorio”-, e’ stato il ruolo del servizio pubblico televisivo, la sua differenza rispetto alla tv commerciale, la sua indipendenza dalla politica e dagli affari, in un parola il ritorno alla funzione di “servizio d’informazione al servizio della gente”, il tema centrale delle molte considerazioni di giovani e meno giovani. Che hanno posto domande anche sul conflitto d’interessi come terreno di coltura dell’imbarbarimento del gioco democratico, e sulle sue ricadute nella confezione omologata dei programmi d’informazione, tg compresi, rivelati dalle recenti intercettazioni telefoniche tra RAI e Mediaset. In altre parole, sulle sue ricadute sulla liberta’ e la pluralita’.
Ci voleva infine Felicite’ Mzebele, con il suo spettacolo di attrice africana, la sua nostalgia in musica, i suoi testi meticciati tra dialetto romanesco e lingua camerunense, “una” come lei si sente e “trina” come vorrebbero farla sentire lungo le strade occidentali della sua diaspora, a commuovere tutte e tutti.
Appuntamento al 2008, per la seconda edizione dell’Universita’ Ossigeno, dedicata ad un’altra donna vittima di violenza in famiglia. Quest’anno, era Hina Saleem